Psicologa dell'età evolutiva a Rovereto

Emozioni, autostima e relazioni con gli altri

Quando un bambino sta male dentro, quasi mai lo mette in parole. Lo fa capire in altri modi: il sonno che si complica, la pazienza che si accorcia, i giochi che smettono di divertirlo, piccoli malesseri fisici che il pediatra non riesce a spiegare. Crescendo impara a coprire le tracce: l'adolescente che risponde «tutto ok» a monosillabi, che sfila via dalle amicizie di sempre e tiene il telefono girato a faccia in giù, lascia i genitori sulla soglia di un mondo che faticano a leggere.

In età evolutiva le emozioni e i rapporti con gli altri crescono agganciati: un bambino che sta bene con sé fa amicizia con più leggerezza, e chi trova un posto tra i compagni fa pace più in fretta con le proprie paure. Per questo la dott.ssa Armellini tratta le due cose in un'unica pagina. Qui si racconta come accompagna bambini e ragazzi a riconoscere quello che provano, a stare meglio con sé stessi e a costruirsi, con i loro tempi, un posto in mezzo agli altri.

Preoccuparsi al momento giusto

Ogni bambino attraversa giornate storte, paure che vanno e vengono, litigi che bruciano e poi si dimenticano: crescere è anche questo, e nella grande maggioranza dei casi si sistema da sé. Quello che merita attenzione non è l'intensità di un'emozione, ma per quanto tempo resta e quanto spazio occupa. Quando una paura finisce per dettare gli orari di tutta la famiglia, quando la tristezza spegne perfino i giochi preferiti, quando il disagio con i compagni fa rinunciare per mesi a inviti e uscite, quell'emozione ha smesso di essere un episodio e si è fatta ostacolo. È lì, non al primo capriccio, che uno sguardo esterno può servire davvero.

Dare un nome a ciò che si sente

A un bambino spaventato dire «non c'è motivo di avere paura» serve a poco: la paura lui la sente davvero, e sentirsi rispondere che è ingiustificata gli aggiunge solo il sospetto di essere sbagliato. La dott.ssa Armellini parte allora da un'operazione più semplice e più utile: aiutarlo a distinguere e a chiamare per nome ciò che gli si muove dentro, la rabbia dalla delusione, la paura dalla vergogna, l'agitazione dalla stanchezza. Con i più piccoli, quando le parole ancora non bastano, ci si arriva passando dal gioco, dal disegno, dalle storie inventate insieme. Un'emozione con un nome fa meno paura di un malessere confuso e senza confini, e a quel punto la si può affrontare per gradi: avvicinarsi poco alla volta a ciò che spaventa e verificare, esperienza dopo esperienza, che la tempesta monta ma poi si placa, e che la si può reggere.

Quanto un ragazzo pensa di valere

Molte fatiche, emotive e con gli altri, affondano nella stessa radice: l'idea che un bambino si è fatto del proprio valore. Chi è convinto di «non essere capace» rinuncia prima di provarci, chi si sente in difetto legge ogni sguardo come una bocciatura, chi si paragona di continuo esce sempre perdente dal confronto. La dott.ssa Armellini lavora su questo senza scorciatoie: a un ragazzo dirgli «vali molto» non basta a farglielo credere. L'autostima si rimette in piedi accumulando esperienze concrete in cui ci si scopre all'altezza, un piccolo traguardo e un legame che tiene alla volta, finché il giudizio su di sé smette di dipendere dall'ultima cosa andata male.

Stare con gli altri si impara

«Non è socievole, è sempre stato così» è la spiegazione più comoda, e quasi sempre la meno vera: gran parte delle difficoltà con i coetanei non sono un tratto scolpito nel carattere, sono abilità sociali che non hanno ancora avuto modo di crescere. Inserirsi in un gruppo che gioca già, sostenere la propria idea senza litigare, fare pace dopo uno screzio, accorgersi quando qualcuno sta approfittando: tutte cose che si esercitano, come si esercitano la lettura o uno sport. Con i bambini la palestra è il gioco, dove si può sbagliare senza pagare il conto che ogni passo falso presenta in classe; con i ragazzi si parte da quello che è successo davvero (un messaggio finito storto, un'esclusione all'intervallo) per rileggerlo insieme e immaginare mosse nuove. E quando a non funzionare non è il singolo ma un gruppo che lo tiene ai margini o lo prende di mira, in gioco sono gli equilibri della classe più che una sua fragilità: con il consenso della famiglia, la dott.ssa Armellini ne parla con gli insegnanti, perché certe situazioni un bambino da solo non le può sbrogliare.

Quando un adolescente si chiude fuori dal mondo

Un discorso a sé merita il ritiro sociale, una forma di sofferenza che negli ultimi anni tocca sempre più adolescenti e su cui la dott.ssa Armellini si è formata in modo specifico. Non ha niente a che vedere con la pigrizia né con il capriccio: il ragazzo che smette di uscire, dirada e poi lascia la scuola, scambia il giorno con la notte e riduce ogni rapporto a uno schermo, nella maggior parte dei casi si sta riparando da un fuori che ha iniziato a fargli troppa paura. Muoversi presto fa una grande differenza, perché più l'isolamento si prolunga più si trasforma in un rifugio comodo e difficile da abbandonare. Spesso il lavoro comincia dai genitori, gli unici rimasti in contatto con lui, e avanza con la lentezza e la delicatezza che una situazione così richiede, senza spinte che otterrebbero solo di farlo arretrare.

Riconoscere quando serve di più

La dott.ssa Armellini è psicologa, non psicoterapeuta, ed è convinta che saper riconoscere il confine del proprio intervento faccia parte della serietà con cui una famiglia va trattata. Certi quadri, soprattutto in adolescenza, chiedono una psicoterapia strutturata, e a volte i primi segnali compaiono presto, in forme che conviene saper cogliere per tempo. Quando è il caso, la dott.ssa Armellini lo dice con franchezza, senza trattenere un percorso che non è quello adatto, e non lascia che siano i genitori, da soli, a dover trovare la persona giusta: nella sede di Rovereto, come nelle altre, il testimone passa agli psicoterapeuti dell'équipe, compresi quelli formati sull'età evolutiva, con cui il confronto è quotidiano. È il vantaggio di muoversi dentro uno Studio: cambiare strada non vuol dire ripartire da un estraneo.

Autostima e difficoltà relazionaliAdolescenze complesse

Davanti a un figlio che appare spento, in ansia o sempre più solo, l'istinto è aspettare che passi. Qualche volta passa; altre volte aspettare fa solo perdere mesi preziosi. Non serve una diagnosi in tasca per chiedere un parere: basta un dubbio. Un primo colloquio è il modo più semplice per cominciare a scioglierlo, e i genitori che non sanno come proporlo al figlio possono benissimo venire prima da soli.

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Gli altri disturbi

Revisione clinica del 21 luglio 2026 a cura della Dott.ssa Alessia Armellini - Ordine degli Psicologi della Provincia Autonoma di Trento — n. 1567.

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